Paese mio, senza volerlo
ho fatto a meno di te,
delle mie radici

Le cause 

E’ subito dopo la Seconda Guerra Mondiale che esplode in Sardegna il fenomeno migratorio. In qualche modo, pur senza l’uso delle armi, rappresenta un’altra guerra. Per la verità era già in atto da diversi anni, ma ora la sua ampiezza appare molto più allarmante, destinata persino a ingigantirsi nel tempo, sino a diventare drammatica, al punto da condizionare la vita e lo sviluppo del paese, Osilo. Del resto, l’abbandono delle campagne, specialmente per chi non ha una sua proprietà e non possiede un gregge, appare ormai inevitabile.
Inoltre, all’interno delle famiglie iniziano a scomparire tante abitudini: fare in casa il pane, la pasta e i dolci, ad esempio, e perciò anche il grano e la farina non sono più delle presenze necessarie. Per converso, irrompono prepotenti nelle case nuovi bisogni, mai esistiti prima, soddisfatti da presenze portate dallo sviluppo tecnologico: l’automobile, il televisore, il frigorifero, la lavatrice e molti altri elettrodomestici.
Sono presenze che prendono vita grazie all’arrivo recentissimo della corrente elettrica. Infine, sono tanti i giovani che sentono l’esigenza di frequentare le scuole, compresa l’Università, in particolare a Sassari. Ma sono aspettative che devono fare i conti, necessariamente, con le condizioni economiche e il lavoro. Tutte queste realtà arrivano insieme alla cultura, al progresso, e rappresentano una svolta epocale, un profondo cambiamento, come d’altronde sta accadendo in tutta Europa, non solo in Italia e in Sardegna. Ma si tratta anche di un cambiamento che mette in discussione molte certezze considerate fin qui indiscutibili, soprattutto mette in evidenza la necessità di creare e comunque reperire nuove risorse, nuove fonti occupazionali. Di conseguenza, appare evidente una drammatica carenza di occasioni di lavoro. Una carenza acuità anche dal fatto che il paese non offre potenzialità lavorative nel campo dell’edilizia, ingabbiato com’è da un regolamento paesaggistico che considera il paese interamente centro storico, perciò non modificabile, dove ben poco spazio ci può essere per le attività edilizie.
Per quanto attiene, poi, la frazione di San Lorenzo, gli anni ’50 e ’60 rappresentano un dramma ancora più doloroso. Sono gli anni in cui, con l’avvento della corrente elettrica e dei nuovi mulini elettrici, i 36 mulini di San Lorenzo smettono la loro attività molitoria uno dopo l’altro. Le gualchiere, che lavoravano l’orbace (la follatura), avevano già cessato la loro attività alcuni anni prima. Motivo per cui l’esigenza di lasciare la valle, di migrare in altri luoghi, anche nella penisola, non era più evitabile in alcun modo. E’ così che la frazione, una volta abitata da circa 500 persone, nello spazio di un decennio si riduce a poco più di 100. E i mulini, non più abitati né convertiti in semplici abitazioni, un poco alla volta diventano dei ruderi sempre più cadenti, spettrali, come fossero antichi fantasmi.

I primi rimedi

Chi e che cosa potrebbe contrastare questo stato di cose che sempre di più sta dominando Osilo e le sue frazioni? Almeno in parte, questa realtà sempre più drammatica trova sollievo in tre occasioni lavorative. La prima è locale. Tre cave: Bagno, Ponti e Benassi. Ma se all’inizio, stante le scarse attrezzature, il personale lavorativo ammontava a circa 50 operai, con il successivo sviluppo degli impianti la manodopera necessaria diventava sempre meno necessario, perciò anche meno numerosa. Sino a ridursi a una manciata di operai. La seconda occasione lavorativa, certo più importante, era rappresentata dalla Petrol-chimica di Porto Torres. Qui hanno potuto lavorare molti più operai che nelle tre cave, anche più a lungo. E il lavoro non era sicuramente duro e rischioso come quello praticato nelle cave. Sassari, allora come oggi, è stata terza occasione lavorativa, in
particolare nei tanti uffici disseminati per la città.
Tre occasioni lavorative, abbiamo detto, due delle quali non hanno resistito a lungo. Certo è che neppure tutt’e tre insieme sono riuscite a soddisfare le crescenti esigenze lavorative, dunque a contrastare efficacemente la disoccupazione. Non rimaneva che scegliere, se scelta si poteva dire, la via dell’emigrazione. Dolorosa e con valigie cariche soprattutto di incertezze. A partire sono stati prima di tutto i più giovani, persino ragazzi e bambini, per i quali era quasi obbligatorio entrare in qualche collegio o seminario, il più delle volte nella penisola, se volevano intraprendere qualche percorso di studio.

Le partenze

Intanto, intere famiglie si trasferivano a Porto Torres e più avanti nella penisola, anche all’estero, in tutta Europa. Così accadeva, all’improvviso, che i tuoi compagni di scuola e di giochi scomparissero dalla tua vita senza apparente motivo, il più delle volte per sempre. Senza riuscire mai a sapere in quale parte del mondo fossero finiti. Partivano insieme alle loro famiglie, senza neppure immaginare quale futuro li attendesse. Erano famiglie spinte dalla fame di lavoro e dal bisogno di nuove prospettive, specialmente per i loro figli. Neppure la sopravvivenza era più una
certezza, ormai tutta da conquistare. Ecco dunque le nuove opportunità: l’Esercito, i Carabinieri, la Guardia di Finanza e soprattutto la Fiat, a Mirafiori. Intanto, era impossibile sapere dov’erano finiti i tuoi compaesani e coetanei. Restava soltanto una domanda senza risposta. E questa non era soltanto una curiosità, piuttosto un inquietante interrogativo che ti inseguiva anno dopo anno; sì, perché sentivi che qualcosa della tua vita ti era stata strappata, senza comprenderne il motivo. Poi, se un giorno ti capitava, non importa quanti anni dopo, di scoprire e di visitare i Circoli sardi, sparsi per tutta l’Italia, allora ti ritrovavi davanti la più bella delle sorprese: i tuoi compaesani. Tutti o quasi tutti quegli osilesi, persino alcuni tuoi coetanei, che pensavi di non rivedere più.
Dove? Nei Circoli di Torino, Genova, Alessandria, Biella, Novara, Milano, Piacenza, Livorno, Rimini, Roma, tanto per citarne qualcuno. Tutti stretti l’uno all’altro, solidali, e con lo stesso spirito, sotto la stessa bandiera, quella della Sardegna. Perché bisognava andare comunque oltre la sopravvivenza, attraverso un lavoro dignitoso ed una vita che già prefigurava un nuovo futuro, per i genitori e per i figli. Chissà, magari già pensando al ritorno, in tempi migliori, quando il lavoro in Sardegna non sarebbe più stata merce rara, neppure ad Osilo.

Nuova terra, ma stessa patria

Quando li ritrovavi avevi subito la sensazione che in fondo non fossero mai andati via da Osilo. Notavi che all’interno dei Circoli c’era molto del loro paese e delle sue tradizioni. Balli, canti, costumi, fotografie e anche alimenti, di ogni genere. Davvero c’era gran parte della Sardegna, dei paesi di provenienza di tutti i soci. Soprattutto, c’erano i cantadores, il canto sardo a chitarra e anche altre band che cantavano in sardo. Questi artisti arrivavano qui periodicamente come fossero una vera e propria benedizione, portavano lo spirito della Sardegna, non solo la cultura e le tradizioni. E questo accadeva nei Circoli presenti in Italia, in Europa e anche in altri continenti. Avere nel proprio Circolo Leonardo Cabizza, Giuseppe Cubeddu, Franco Madau e Nicolino Cabizza, tanto per fare un esempio, era un evento sicuramente memorabile, oltre emozionante. Per gli osilesi, in particolare, poter riabbracciare e ascoltare il cantadore Giuseppe Chelo e il chitarrista Antonio Marongiu, entrambi di Osilo, voleva dire ritrovare almeno una parte del paese, un motivo più che sufficiente per fare festa, festa grande e speciale.
Ma le tradizioni e i valori coltivati nei Circoli non si esauriscono di certo con il canto sardo a chitarra. Le feste paesane, caratteristiche dei paesi sardi, prendono forma e vita anche qui, pressoché ogni anno, come la tosatura, la mietitura e la sagra della pecora, puntualmente accompagnate da canti e balli sardi. E poi non può certo mancare la poesia sarda, orale e scritta.

Presenti e attivi

Se poi ti fermavi per qualche giorno nel Circolo e seguivi le attività che si svolgevano al suo interno e anche all’esterno, avevi modo di conoscere il vissuto dei suoi soci, e allora scoprivi anche dell’altro, che forse non avevi mai immaginato. Ti rendevi subito conto che il Circolo, con i suoi 200, 250, 300 iscritti, a volte anche di più, non era affatto una sorta di isola avvulsa dalla realtà locale, separata dalla città, dal tessuto sociale. Tutt’altro, i nostri emigrati, dopo aver lasciato il paese, si sono ben inseriti nel contesto e nelle attività sociali della città che li ospita, perciò il Circolo non è affatto un corpo estraneo. Trovi i soci impegnati nel volontariato e anche politicamente, all’interno delle amministrazioni locali. Da tempo sono capaci di offrire un prezioso apporto culturale e di contribuire a determinare lo sviluppo delle comunità locali.
C’è poi un altro spazio, virtuale ma decisamente frequentato da osilesi e da sardi sparsi in tutto il mondo, ed è la Rivista online TOTTUSINPARI (www.tottusinpari.it) che ospita esclusivamente eventi e contenuti riguardanti la Sardegna. In passato, è stata la Rivista il Messaggero sardo, sponsorizzata dalla Regione Sardegna, a occuparsi pienamente dei Circoli sardi.

La voce, il canto

Così una canzone, composta dallo scrittore osilese Antonio Strinna, interpreta i sentimenti degli emigrati nella penisola e all’estero, in particolare quelli dei suoi compaesani osilesi.

DULCHE TERRA MIA (Strinna – Costa)
In ojos de su chelu e de su mare
tue ses sa ‘oghe mia, sa ‘oghe mia:
sonniu chi ni ischit de sonniare
e unu viaggiu ancora de arriscare…
Unu dolore tenes de pizzinnia
chi ti faghet sempre cumpagnia,
dulche terra mia.

E’ possibile ascoltare la canzone su Youtube eseguita dal tenore Paolo Zicconi e dalla Corale Luigi Canepa di Sassari

Il ritorno

Dall’esempio sopra riportato, il più recente fra i tanti che si potrebbero raccontare, capiamo bene che nessun osilese lascia il suo paese definitivamente. Ha sempre e comunque il desiderio di fare ritorno alle proprie radici, dovunque si trovi non smette di coltivarle, di conservare buoni rapporti anche intimamente. E’ consapevole che le sue radici costituiscono un valore importante, irrinunciabile, anche perché sono la sua memoria, fanno parte della sua storia.
Ogni uomo del resto ha bisogno di avere radici da qualche parte. E non ci può essere di sicuro un posto migliore di quello natìo. Dunque, sia la comunione che la condivisione continuano nel tempo, anche a distanza. In definitiva, la geografia delle radici si coniuga sempre con la geografia dei sentimenti degli emigrati.
Ecco perché le amministrazioni locali, quella di Osilo e di tutti i paesi dell’Anglona e della Bassa valle del Coghinas, stanno mettendo in essere un ponte che colleghi gli emigrati con i propri luoghi di origine. E l’obiettivo non prevede soltanto i soliti viaggi turistici, che pure sarebbero da apprezzare, piuttosto dei ritorni di media e lunga durata, durante i quali è possibile ritrovare quella preziosa parte di sé che l’emigrato a lasciato nel suo paese. Nello specifico, che cosa intende offrire il Comune di Osilo ai suoi emigrati per poter raggiungere questo obiettivo? Tutte le sue risorse, basterebbe dire, risorse antiche e nuove che mette a disposizione degli emigrati. In particolare, nel periodo estivo, con il suo evento principale: la Corsa all’anello. Attraverso la quale gli osilesi tramandano la loro antica passione, plurisecolare, per i cavalli e le corse. Ma poi il paese offre anche molti altri eventi e altre risorse, in paese e nelle frazioni, con i quali tornano a vivere le tradizioni più sentite e più identitarie. Dentro le quali risuonano i sentimenti e le emozioni di chi, finalmente, fa ritorno alla sua terra casa, alla sua terra e alla sua gente.
Ma ciò che più conta è lo spirito di accoglienza e di amicizia che l’emigrato può trovare intatto, vivo e vitale, nella sua comunità di origine.

Torna in alto